Dal Mar Rosso allo Stretto di Ormuz, l’interruzione dei principali punti nevralgici marittimi è passata, nel giro di pochi anni, da un rischio teorico a una realtà ricorrente. Gli attacchi alla navigazione commerciale, la militarizzazione delle acque contese e la crescente disponibilità, da parte di attori sia statali che non statali, a trasformare l’accesso marittimo in un’arma hanno messo a nudo la fragilità di un sistema commerciale globale che dipende, più di quanto la maggior parte delle persone creda, da una manciata di stretti e altamente esposti passaggi marittimi.
In risposta, il trasporto marittimo globale sta silenziosamente ridisegnando la propria mappa. Una quota crescente del traffico un tempo destinato al Canale di Suez ora circumnaviga il Capo di Buona Speranza; lo scioglimento dei ghiacci artici sta aprendo rotte polari completamente nuove tra l’Asia e l’Europa; e corridoi terrestri come il «Corridoio Centrale» attraverso il Caucaso e l’Asia centrale vengono accelerati come alternative alle rotte ritenute troppo esposte a interruzioni. Ciascuna di queste nuove rotte comporta i propri compromessi in termini di costi, tempi di transito, impatto ambientale e allineamenti geopolitici che esse implicano.
Questo panel esamina la libertà di navigazione non come un principio astratto del diritto internazionale, ma come un presupposto concreto per la resilienza delle catene di approvvigionamento globali, e si interroga su cosa significhi costruire tale resilienza attraverso la diversificazione piuttosto che affidandosi a un’unica rotta. Esplora il ruolo delle potenze navali nel garantire il passaggio sicuro lungo i corridoi sia tradizionali che emergenti, la corsa agli investimenti infrastrutturali attualmente in corso per accaparrarsi i nuovi flussi commerciali e la misura in cui questo riassetto delle rotte marittime globali sta diventando esso stesso un nuovo campo di competizione tra le grandi potenze.