Mentre le istituzioni multilaterali faticano sempre più a negoziare accordi duraturi, i singoli Stati sono intervenuti nel campo della mediazione con crescente frequenza e sicurezza: il Qatar in Afghanistan e a Gaza, la Turchia nel corridoio cerealicolo del Mar Nero, l’Oman tra Washington e Teheran, la Norvegia in decenni di diplomazia silenziosa dalla Colombia allo Sri Lanka. La mediazione guidata dagli Stati offre vantaggi concreti: accesso diretto alle parti in conflitto, leva economica e politica tangibile e quella flessibilità che spesso manca agli organismi multilaterali. Tuttavia, presenta anche delle debolezze strutturali: gli Stati mediatori sono raramente attori disinteressati, i loro interessi strategici possono influenzare, e talvolta distorcere, i termini di un accordo, e la legittimità di un accordo raggiunto al di fuori di un quadro multilaterale può risultare più fragile e più facilmente contestabile.
Questa tavola rotonda esamina i risultati della mediazione guidata dagli Stati nei conflitti recenti e in corso, chiedendosi in quali condizioni essa riesca laddove gli sforzi multilaterali falliscono e dove risiedano i suoi limiti. Si analizzerà come gli Stati mediatori riescano a bilanciare i propri interessi con la credibilità necessaria per portare le parti al tavolo delle trattative e mantenerle lì, e cosa significhi questa tendenza per il futuro della risoluzione dei conflitti internazionali.
La discussione offrirà al pubblico una prospettiva concreta e informata da chi opera sul campo su uno dei cambiamenti più significativi nella diplomazia contemporanea.